La scritta "Made in Italy" potrebbe essere in qualche modo fuorviante e trarre in inganno il compratore con false attestazioni di qualità? "Chi semina buon grano ha poi buon pane", recita l'antico proverbio toscano. Ma si può ottenere buon pane italiano da grano, diciamo, di serie B, che italiano non è per niente? E' quello che negli ultimi tempi si chiedono in molti, soprattutto consumatori, sorpresi dall'approssimativa elargizione del marchio Made in Italy, e chiedendo spesso la rimozione di tali certificazioni.
E' così importante l'italianità del grano?
Alle obiezioni dei loro clienti, i grandi marchi dell' "italianità" rispondono a tono, ribadendo con fermezza la qualità del loro prodotto, benché elaborato a partire da materie prime di provenienza straniera. Soprattutto perché il grano prodotto in Italia non è sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale, realtà nota agli addetti ai lavori ma non al grande pubblico dello Stivale, sempre più desideroso di un ritorno a tutto ciò che è genuino e tradizionale. L'idea dei produttori sarebbe quindi quella di proporre non tanto l'esclusività di materie prime locali, quanto la garanzia di una comprovata esperienza in tutte le fasi di realizzazione, seguendo le ricette e i segreti dell'autentica tradizione italiana. Senza tralasciare ovviamente la fase della selezione accurata delle materie prime. La soluzione insomma pare quella di "produrre buon pane" non tanto grazie a "buon grano", quanto piuttosto grazie a una buona dose di italiana e classica sapienza culinaria.